La Costituente Socialista ha bisogno delle tue idee!
Ottobre 2, 2007
Rinnovarsi o perire
Dopo la sconfitta delle ultime elezioni è giunto il momento di rinnovare totalmente negli uomini, nelle pratiche, nei metodi e nella politica l’intero assetto del Partito Socialista. Questa mozione si prefigge lo scopo di suggerire una visione più attuale, indicare nuove vie tese ad un inevitabile e doveroso cambiamento. Cambiare significa rinnovare il linguaggio politico. Cambiare significa rinnovare la classe dirigente. Cambiare significa non riproporre i vecchi schemi di gestione interna. Cambiare significa non essere autoreferenziali. Cambiare significa ricordare il passato, ma non farne motivo di divisione. Cambiare significa proporre idee nuove.
Obiettivo deve essere un Partito Socialista che sia veramente utile al paese, torni ad avere carattere di massa senza preoccuparsi della mera sopravvivenza.
La crisi del movimento socialista si inserisce, infatti, in un contesto ben più ampio di crisi della politica italiana, che vede tra gli aspetti più visibili il fallimento strategico dell’intero centrosinistra. Di fronte a questa situazione l’unica possibilità per riemergere è l’attuazione di una politica nuova; impostata da una classe dirigente nuova.
Il rinnovamento radicale parte direttamente dall’interno, non si può concretizzare il nuovo utilizzando il vecchio, a partire dal modello organizzativo. Il nuovo modello deve partire dalla regionalizzazione del partito. Un partito inteso come una Federazione, che trova ed esprime la sua forza proprio nell’ancoraggio ai territori e alle diversità, perché sono proprio i territori e le diversità che compongono la nostra stessa idea di partito. Nuove forme di partecipazione politica, organismi dirigenti diretta espressione del territorio, il tutto come fondamento di una forte democrazia interna.
Un partito che discute, e che impegna e valorizza i dirigenti locali, a partire dagli amministratori.
Un partito che mette l’azione politica al centro della sua attività. Azione politica che deve concretizzarsi sulle risposte da dare ai nuovi bisogni delle cittadine e dei cittadini del nostro paese.
E’ necessario ripartire dalle piazze, reali e virtuali, superare la politica burocratizzata di pura testimonianza per un partito con l’ambizione di determinare l’agenda politica del Paese.
Servono cambiamenti nei metodi, nelle pratiche, nel partito. Bisogna uscire dal vicolo cieco ed autoreferenziale in cui si è cacciata la “Costituente Socialista”
Uscire dalla fase di stallo in cui ci troviamo, riprendendo un rapporto con le forze più vicine alla nostra appartenenza storica alla sinistra italiana ed internazionale. Riprendere un rapporto con tutte le forze politiche e sociali che credono ad una nuova “Democrazia Sociale” fondata sulle ragioni del socialismo liberale e sul Socialismo dei cittadini.
Una politica globale
Le trasformazioni in atto nella società contemporanea si presentano con la caratteristiche di vere e proprie rivoluzioni: la diffusione e crescita delle tecnologie informatiche; la sempre più radicale riduzione delle distanze geografiche e le conseguenze di tale riduzione in ambito economico e politico (crisi dello Stato-nazione); le progressive scoperte scientifiche nel campo delle bio-tecnologie; le massicce migrazioni e la trasformazione delle nostre società, sempre più multietniche e multireligiose; l’aumento delle disparità sociali, legate alle trasformazioni profonde del mondo del lavoro, progressivamente spogliato dalle sue indispensabili tutele; i preoccupanti cambiamenti climatici e ambientali. Questi i titoli che descrivono un mondo globalizzato che dopo la fine del comunismo, ha visto emergere un nuovo pericolo costituito dal fondamentalismo islamico e dalle sue ramificazioni terroristiche. Con l’11 settembre si è verificato un punto di svolta su scala planetaria. La risposta multilaterale alle crisi mondiali è stata abbandonata per un approccio unilaterale “Made in USA” che ha totalmente fallito in Iraq. La politica neo-conservatrice di Bush ha di fatto messo in crisi la politica internazionale. La politica come risoluzione diplomatica delle controversie internazionali. Una crisi della diplomazia. Una crisi del multilateralismo. Una crisi della politica su scala mondiale. Crisi che accentua quella già in atto sulle politiche economiche mondiali.
Il crescente divario tra Nord e Sud del mondo, soltanto parzialmente mitigato dalla irruzione sulla scena di nuovi attori mondiali (Cina, India, Brasile, etc…) evidenzia l’impossibilità di perseguire la stessa politica che i cosiddetti “Paesi avanzati” hanno attuato nel secolo scorso. Basti pensare al tema dei cambiamenti climatici e di come il “global warming” minaccia alla radice la stessa idea di progresso, così come si è venuta manifestando dalla rivoluzione industriale ad adesso.
La “società del rischio”, profetizzata da Ulrick Beck, si manifesta con una marcata accelerazione del cambiamento che aumenta vertiginosamente le disuguaglianze sociali, restringendo e spostando i centri di decisione, acutizzando i conflitti sociali, interetnici, religiosi e geopolitici.
Tuttavia, sarebbe un errore colossale fare un’opera di pura resistenza al cambiamento. Si tratta invece di mutamenti che, se contrastati nelle loro derive negative, possono determinare un miglioramento delle condizioni di vita su scala planetaria. In questo contesto è difficile segnare linee di demarcazione tra chi è l’alleato e chi è l’avversario, come è avvenuto con le concezioni più semplicistiche della lotta di classe tra proletari e capitalisti. È lo stesso carattere che assumono le trasformazioni in atto a rendere i movimenti della politica assai più complessi. Le semplificazioni, come quella della lotta alle multinazionali, ripropongono in una nuova veste antichi schemi ideologici come quello della lotta antimperialistica. In realtà, non esistono poteri buoni e poteri cattivi: ciò che conta è che qualsiasi potere sia bilanciato da pesi e contrappesi e che operi secondo criteri di trasparenza e senza violare le regole.
La “Casta” e la sconfitta della sinistra
La crisi morale e qualitativa della classe politica italiana rappresenta la cronicità che più condiziona il degrado del nostro sistema politico. La “Casta” è tale perché legittimata da un sistema di potere che non potrebbe reggere senza la totale delegittimazione della classe politica. I meccanismi di autoriforma non riescono a trovare una politica innovativa capace di accoglierli e farli propri nemmeno di fronte ad un’opinione pubblica che cerca di ribellarsi alle ingiustizie a cui è sottoposta quotidianamente.
Se l’antipolitica e il qualunquismo sono da Guglielmo Giannini a Beppe Grillo un leit motiv della nostra nazione non si può continuare a restare indifferenti di fronte alle storture prodotte dal nostro sistema politico.
Gli interessi corporativi i localismi i riti familistici, costituiscono i mali secolari dell’Italia. Causa e conseguenza dell’assenza di una piena consapevolezza di appartenenza alla comunità nazionale. Egoismi pubblici e altruismi privati, ben evidenziati dal libro di Tito Boeri e Vincenzo Galasso “Contro i Giovani. Come l’Italia sta tradendo le nuove generazioni”. Questi i tratti di un Paese che segna la sconfitta di una politica che da almeno vent’anni ha perso lo spirito repubblicano e la difesa dell’interesse nazionale.
La sfida della modernizzazione dello Stato e delle Istituzioni ha lasciato negli ultimi vent’anni il campo alla demagogia e alla politica dell’immagine. La campagna elettorale dei più grandi partiti in competizione alle ultime elezioni è la dimostrazione prima di come sia stata cavalcata l’onda facilmente sfruttabile del populismo mediatico.
I risultati elettorali del 13–14 aprile hanno sancito una storica sconfitta per tutta la sinistra italiana.
In un colpo restano esclusi i partiti della sinistra che hanno fatto la storia d’Italia in cambio di un bipartitismo coatto estraneo alla dimensione europea.
Una sconfitta del campo progressista, che per la dimensione in tutte le aree del Paese fa presagire un confinamento politico e sociale che durerà molti anni.
La vittoria del Popolo della Libertà sposta per molti anni il baricentro politico del paese, che del resto è sempre stato moderato e cattolico, e che né al centro né alla sinistra viene contrastato con efficacia dal Partito Democratico.
La crisi del centrosinistra ha investito anche il Partito Socialista che dovrà innanzitutto riconnettersi con il mondo del centrosinistra per riuscire a produrre delle risposte adeguate per un movimento che al di là dell’esiguo consenso popolare resta una forza riformista che vuole governare il paese.
Emanuele Macaluso su “La Stampa” del 06/05/08 ha scritto: “Quel che ormai dovrebbe essere chiaro a tutti è una cosa: non è pensabile e non è serio che forze politiche con l’uno, due, tre per cento o poco più si definiscano socialiste o comuniste. Un partito socialista in tutto il mondo è tale se ha un consenso largo di popolo. E in Italia anche il partito comunista ebbe carattere di massa. La Costituente socialista doveva partire da questo punto per essere credibile… Insomma, una forza di sinistra in competizione virtuosa col Pd è utile solo se ha consistenza e si colloca nell’ambito del socialismo europeo.”
Le ragioni di una disfatta
Il Partito Socialista esce dalle urne con una sconfitta di natura storica. Alla base di questa disfatta identifichiamo due motivazioni: un’impostazione puramente identitaria, non basata su una proposta politica innovativa con un forte radicamento nella società italiana; una gestione verticistica e inefficace della linea politica e dell’organizzazione. Un gruppo dirigente chiuso in se stesso, arroccato sulle proprie posizioni e che ha perso ogni contatto con la società e i veri problemi del Paese. Premessa necessaria per chiunque voglia parlare ai cittadini e fare proposte che trovino largo consenso. Anche il ricordare continuamente di essere l’unica forza in Italia a rappresentare i valori e le proposte del Partito Socialista Europeo si è trasformato in una mera etichetta politicistica.
L’assenza di pratica, intesa come volontà di rendere effettivi attraverso la lotta politica le proprie ragioni, ha fatto sì che anche gli unici due temi toccati in campagna elettorale (PSE e laicità), per un’incapacità di dotarli di slancio politico, siano divenuti secondari se non addirittura percepiti dai cittadini come inopportuni.
L’assenza dei diritti sociali, a cominciare dal tema del lavoro, dall’agenda politica del PS, la non coniugazione degli stessi con i diritti civili, ha prodotto una politica percepita dai cittadini come inutile
Il risultato elettorale è la logica conseguenza di un’incapacità ad includere e aggregare forze sociali diverse alle nostre battaglie. Non si è riusciti ad essere stimolo e attrazione per alcune figure intellettuali che nel recente passato si erano invece avvicinate alle nostre idee. Aleatoria si è manifestata anche l’alleanza strategica con la UIL. Dopo molti anni, durante i quali non si rappresentano pienamente le istanze del mondo del lavoro risulta difficile avere credibilità agli occhi delle lavoratrici e dei lavoratori.
Le responsabilità della cattiva conduzione della Costituente Socialista, non sono imputabili soltanto alla guida di Enrico Boselli, ma bensì alla scarsa capacità di elaborazione della proposta politica e di organizzazione dell’intero gruppo dirigente.
Il resto lo ha fatto l’alto livello di improvvisazione nella campagna elettorale socialista. Dagli aspetti più pratici (il materiale è arrivato solo due settimane prima della fine della campagna) a quelli più politici: è mancata complessivamente una visione chiara di quello che si voleva proporre. Quando ci sono stati buoni spunti, come ad esempio il Patto Laico, l’Ecosocialismo ed alcune innovative campagne di comunicazione, è mancata comunque una strategia.
Il risultato disastroso pero’ non è stato soltanto il frutto degli errori commessi nella campagna, ma è stato la logica conseguenza di una serie di errori di natura strategica che la “Costituente socialista” ha commesso sin dalla sua nascita. Aver contribuito alla fine della Rosa nel Pugno e disperso il rapporto con i Radicali Italiani e con il Ministro Emma Bonino, che pure rappresentava i socialisti al Governo, ha segnato il primo passo verso l’isolamento politico. Come non aver compreso la portata della decisione del Partito Democratico di abbandonare la vecchia alleanza di centrosinistra, con la scelta di non allearsi con la sinistra massimalista, ha contraddistinto un altro momento di miopia politica. La stessa scelta di presentarsi in modo autonomo è stato percepito dall’opinione pubblica come una scelta di risulta più che una volontà politica.
Un Partito Socialista nuovo
Mettere in campo oggi un Partito Socialista di tipo nuovo che si riferisca ai diversi filoni del riformismo italiano, alle culture laiche e liberaldemocratiche e alle diverse esperienze del movimento operaio è un compito difficile, ma necessario. Un lavoro che deve tener conto dell’acutizzazione del bipolarismo e della presenza di un finto bipartitismo, che difficilmente verrà abbandonato. Ciò di cui abbiamo bisogno è di uscire dall’isolamento avviando un dialogo serio basato sugli intenti programmatici con tutte le forze di sinistra. Noi socialisti dobbiamo lavorare ad un rinnovamento nostro e di tutto il centrosinistra. Questo è possibile solamente riposizionandoci nella scena politica come soggetto autonomo, ma non isolato. Dobbiamo infatti riprendere un rapporto organico sia con quelle forze non rappresentate come noi in Parlamento, ma anche con tutte le formazioni laiche, liberali e ambientaliste presenti nella politica italiana. Va ripreso una relazione politica con il movimento radicale guidato da Marco Pannella, che non potrà essere una riedizione della Rosa nel Pugno, ma un progetto politico nuovo che contempli anche le istanze del movimento ambientalista non fondamentalista. Allo stesso tempo dobbiamo rivolgerci a tutti quelli che si riconoscono nel socialismo europeo, a cominciare dalla Sinistra Democratica di Cesare Salvi e Fabio Mussi per capire se c’è la possibilità di aggregare un campo di forze, più grande di quello riconducibile agli ex PSI e ex PSDI attorno alla proposta politica del PSE. E poi dovremmo fare i conti con il Partito Democratico nel momento in cui la riflessione interna a quel partito mette fine alla furia ideologica contraria alle alleanze politiche, e viene meno il rapporto strategico tra PD e il movimento guidato da Antonio Di Pietro.
Un Partito Socialista, quindi, costruito da chi proviene da esperienze e culture diverse, che non cercano una soluzione puramente identitaria. Un partito che grazie al totale rinnovamento possa riprendere uno spazio nella scena politica. Adeguando i metodi e le pratiche politiche, ripartendo dalle risposte ai bisogni delle cittadine e dai cittadini del nostro Paese. Una forza politica riformista. Una forza del cambiamento.
Le compagne e i compagni che hanno aderito al Partito Socialista non possono e non devono più essere considerati solo bacino elettorale o forza lavoro da cui attingere durante la campagna elettorale e a cui imporre sempre decisioni calate dall’alto. Fino a quando non si prenderà coscienza del fatto che i militanti e i compagni sul territorio sono una risorsa preziosa da stimolare, coinvolgere, ma anche tutelare con sensate scelte politiche nazionali, ogni progetto non potrà avere un futuro certo, perché non sarà retto su forti e solide premesse. Servono cambiamenti nei metodi e nelle pratiche.
Il radicamento territoriale, in un paese come il nostro, è fondamentale per riuscire a cogliere le diverse sfaccettature della realtà italiana. Il nostro gruppo dirigente nazionale si è sempre disinteressato di questo aspetto. È impensabile costruire un forte un radicamento “fra la gente” senza consultare tutti gli organi direttivi regionali, provinciali e cittadini prima di prendere una decisione politica che avrà nella sua attuazione un risvolto locale. Non è pensabile imporre delle decisioni che non tengano considerazione delle diverse sfaccettature che presentano le realtà territoriali. Un esempio per tutti la scelta dei candidati alle ultime politiche. Non si possono imporre teste di lista senza considerare le specificità territoriali, ciò può portare solo ad un ritorno negativo per tutto il partito. Di fronte a tali errori si otterrà solo un duplice risultato negativo: non avere il ritorno sperato a livello locale, e tale ritorno potrebbe rifarsi togliendo credibilità e forza a livello nazionale.
Chiave di volta sarà tornare a concedere una vera autonomia alle federazioni regionali e provinciali, non soltanto per gli aspetti organizzativi, ma anche per la scelta delle direttive politiche da assumere a livello locale, a partire dalla selezione dei candidati da proporre all’interno delle proprie liste.
La meritocrazia dovrebbe essere l’unico carattere distintivo per selezionare gli organismi dirigenti. Per costruire una vera democrazia interna, dobbiamo, senza mezzi termini, ritornare a considerare la meritocrazia come unico criterio di valutazione. Non possiamo proporci socialisti e non attuare una vera riforma democratica nel nostro partito.
Il Socialismo dei Cittadini per una Democrazia Sociale
La sinistra nella sua evoluzione storica nasce e concentra tutto il suo progetto sui temi economici e sociali, proponendosi come alternativa al liberismo selvaggio. Ma nel contempo si disinteressa completamente del come si organizza politicamente la società. Tanto che rimane spiazzata ogni qualvolta movimenti popolari (movimento dei diritti civili, femminismo, ambientalismo) si affacciano sulla scena della lotta politica rivendicando una nuova sinistra.
Una nuova scommessa oggi si lancia alla sinistra da parte di chi crede in una società in cui tutti i cittadini e tutte le cittadine sono libere e nella quale nessuna persona sia l’ombra di un’altra. L’idea di un socialismo che ha come obiettivo quello della costruzione di una Democrazia Sociale.
In questo senso due sono i temi centrali di un nuovo socialismo dei cittadini. Il primo: la necessità che la “sinistra moderna” superi i limiti storici della socialdemocrazia la quale nello scorso secolo ha messo da parte la società concentrandosi sull’economia e sul settore pubblico statale. Il secondo: l’importanza di recuperare, adattandoli alla situazione attuale, i valori che stanno alla base del costrutto politico della rivoluzione francese. In una parola il rinnovamento democratico e lo sviluppo della cittadinanza. L’obiettivo ultimo per una sinistra moderna ed innovativa deve essere quello del superamento di ogni forma di dominio, nel quadro di una concezione politica della libertà, intesa come valore assoluto al tempo stesso, individuale e sociale. Considerando il valore del “non dominio” come centrale nell’agire quotidiano perché riesce a coniugare l’idea della libertà con l’idea della giustizia sociale. In questo senso le tematiche dei diritti di cittadinanza e delle libertà vanno inseriti in una riflessione più ampia sulla democrazia politica che trascende dalla dicotomia tra liberalismo e comunitarismo e trova una sintesi nuova che può essere il motore ideale di una nuova aggregazione al cento per cento liberale e al cento per cento socialista.
Una seria e moderna politica di governo deve arricchire lo statuto di cittadinanza degli italiani. Ad esempio ponendo come improcrastinabili alcune misure come il riconoscimento di un’effettiva uguaglianza tra uomo e donna, l’avanzamento dei diritti degli omosessuali attraverso forme matrimoniali appropriate e la certezza di godere dei diritti sociali (pensione, scuola, mobilità, sanità). Se i socialisti ponevano nei secoli scorsi al centro il proletario, oggi un progetto politico nuovamente sociale e quindi socialista ha bisogno del sostegno, dell’immaginazione e del contributo attivo della costruttiva maggioranza attiva delle cittadine e dei cittadini.
Non una semplice proposta politica di maggiore partecipazione dei cittadini, ad esempio dei giovani, ma un’idea rivoluzionaria in Italia per cui la “vigilanza” democratica non verte su una destinazione naturale del cittadino, ma su una sua convenienza a che il governo non degeneri in una tirannia odiosa. Molto spesso il sopruso è determinato dal sistema economico o governativo. Il punto però è che in questo caso molto spesso si può essere in una situazione di non subire un’interferenza immediata, ma essere comunque in una situazione nella quale è sempre possibile un’interferenza da parte di un altro soggetto. Si è soggetti quindi alla volontà di un altro (dominio) anche se per periodi lunghi il dominante sceglie di non interferire. Si è nella fattispecie di un marito che può picchiare la moglie, ma non lo fa ogni sera; di un datore di lavoro che in contesti non sindacalizzati può licenziare il lavoratore a suo piacimento, anche se non ricorre a questa misura per periodi lunghi; di un insegnante che può mobbizzare i suoi allievi per la più insignificante ragione, anche se spesso si trattiene dal farlo. In queste situazioni di dominio, un soggetto ha un potere assoluto di interferenza arbitraria sugli altri. Per evitare le cause più intime di “dominio” sono necessari gli strumenti della legge e del governo.
Assicurare ai cittadini la pensione, la scuola pubblica, la sanità pubblica e la mobilità. Ma anche farsi protagonista nel creare una società libera e liberalizzata, che gode della propria complessità e delle proprie diversità, una società aperta e meritocratica,che torni a investire sul proprio futuro. Nella pratica ciò significa una società libera, senza lacci corporativi, senza privilegi legati agli ordinamenti ripiegati in se stessi, senza una burocrazia amorfa e senza uno stato di diritto straziato dai soprusi. Sogniamo e vogliamo una società aperta, in grado di liberalizzare tutti quei settori, dove la concorrenza diventa essenziale per riaffermare i diritti del cittadino-consumatore. Una società ove conta il merito e non il pezzo di carta attestante il titolo di studio, ove conta la capacità professionale rispetto all’appartenenza ad un ordine professionale, ove l’onestà e la rettitudine civica sono premiate rispetto all’illegalità.
In questo senso la sicurezza, intesa diversamente dalla destra, diventa un tema di tutte le forze democratiche e riformiste. La certezza della pena, la lotta a tutte le mafie, diventano cardini di una nuova libertà dove il dominio di pochi venga cancellato.
La società laica
La questione laica non ha niente a che vedere con un radicalismo anticlericale, ma è l’espressione di una ben più ampia scelta strategica di fondo.
La contemporaneità ci ha abituato a vivere in una società multiculturale e multireligiosa, dove il dialogo deve essere aperto e presente a tutti i livelli. Nessun tipo di fondamentalismo, tra cui quello religioso, deve essere presente all’interno di una società che voglia definirsi civile.
Alla base di qualsiasi fondamentalismo c’è l’attacco alla modernizzazione, alla secolarizzazione della vita pubblica e civile, ai principi della democrazia liberale. Il fondamentalismo rifiuta di porre sullo stesso piano e con gli stessi diritti, tutte le concezioni filosofiche o religiose e contesta la libertà di ricerca scientifica e la centralità della scuola pubblica, laica e multiculturale finanziata dallo Stato
Chiede che si facciano coincidere peccati e reati nelle legislazioni degli Stati e pretende che i propri simboli siano esposti, a differenza di tutti gli altri, negli edifici pubblici e nelle scuole. Il fondamentalismo implica, quindi, che la religione prevalente in una società sia trattata, di fatto e di diritto, come una religione di Stato, alla quale vanno concessi primati e privilegi (non da ultimi, quelli di carattere economico e fiscale). Liberalismo e fondamentalismo, quindi, sono antitetici ed inconciliabili.
Affermare la libertà di tutti i cittadini, contro qualsiasi primato o privilegio, è la forma più elevata per rispettare qualsiasi indirizzo filosofico e religioso.
Lo Stato etico contraddice i principi del pluralismo, alla base della democrazia liberale. I valori condivisi sono quelli contenuti nelle Costituzioni democratiche. La laicità dello Stato non è una religione civile che si contrappone ad altre religioni. La laicità non deve essere intesa come una questione settoriale, separata dal contesto della vita politica nazionale.
La libertà decisionale, il libero mercato, la ricerca scientifica, il costante aumento dei flussi migratori, lo sviluppo economico, l’istruzione, la libertà del singolo, nessun progresso in questi campi sarebbe possibile senza una società, un’impostazione, realmente laica.
Laicità dello stato è avere il coraggio di dichiarare che la 194 è un diritto acquisito.
Laicità dello stato è avere il coraggio di dire che la legge 40 lede il diritto del singolo.
Laicità dello stato è dichiarare le coppie di fatto, sia etero che omosessuali, degne degli stessi diritti di fronte alla legge.
Consapevoli di come un diritto corrisponda ad un dovere, riteniamo che la laicità dello stato non debba più essere considerata un diritto, bensì un dovere nei confronti dei cittadini.
Le urgenze socialiste
Un Partito Socialista contemporaneo deve darsi delle priorità tematiche e programmatiche come filo conduttore delle proprie battaglie, indipendentemente dal contesto in cui tali battaglie vengono attuate.
Dal locale al nazionale le linee guide tematiche devono essere date, poche ma chiare e in grado di catalizzare l’attenzione, in grado di parlare direttamente ai cittadini, in grado di diversificarsi, in grado di dare risposte concrete ed attuabili alle domande, ai problemi delle cittadine e dei cittadini.
Consapevoli che ogni realtà ha temi che sente di più immediato interesse e bisogno, è giusto che un partito a livello nazionale sia in grado di rispondere a tutti i temi fondatali, ricordandosi sempre quelle che sono state le battaglie caratterizzanti del Partito Socialista nella storia. Partendo da queste premesse analizziamo alcune delle urgenze del nostro paese.
Riformare il Welfare
Per immaginare un nuovo Welfare dei cittadini si deve partire con il puntare l’attenzione sullo stato patologico terminale del welfare nella sua versione statalista, in primo luogo determinata dagli stravolgimenti sociodemografici degli ultimi decenni. Il rovesciamento della piramide sociale ha comportato che le spese sociali relative alla popolazione anziana nei paesi dell’UE siano andate progressivamente e costantemente aumentando, fino ad arrivare a rappresentare il 35% del totale. Anche l’Italia non si discosta dal trend demografico europeo. Il Bel Paese ha registrato una forte diminuzione di natalità, fortunatamente e fatalmente bilanciata dalla presenza di circa 2 milioni e mezzo di stranieri per lo più giovani. Oggi il 65% della popolazione è ultrasessantacinquenne e circa il 10% della popolazione giovane del nostro Paese è costituita da migranti. Di conseguenza, non è molto sensato indicare nel sostegno alla natalità il principale strumento per contrastare l’invecchiamento della popolazione. E’ molto meno dispendioso e funzionale favorire l’ingresso di nuova popolazione straniera. L’invecchiamento progressivo della popolazione, con la conseguente riduzione in percentuale della base dei giovani, provoca la crisi dello stato sociale. L’aumento degli oneri per la previdenza, aggravati dallo scandalo legalizzato delle pensioni baby, hanno avuto come primo effetto quello di squilibrare la spesa sociale. Questo ha tolto denaro a interventi di supporto alle nuove tipologie lavorative: incentivi all’inserimento nel mondo del lavoro, aiuti economici agli inoccupati e investimenti per l’educazione e la formazione. Ogni riforma dello stato sociale non può prescindere quindi, da un riequilibrio tra le voci di spesa a vantaggio delle nuove frontiere del Welfare.
L’idea dirimente di un nuovo Welfare si concretizza quindi nell’obiettivo secondo cui lo Stato non si limiti a tutelare i soggetti deboli attraverso l’assistenza per i disoccupati e gli inabili, oltre che per coloro che sono per definizione fuori dal mercato del lavoro come i giovani in età scolare o i pensionati, ma promuova le capacità dei soggetti impegnati nella ricerca d’occupazione e quindi d’inserimento sociale. Si rende, quindi, necessario il superamento della vecchia dicotomia tra politiche del lavoro e politiche sociali, per cui le prime riguardano i rapporti tra imprenditori e sindacati e le seconde le prestazioni offerte dallo Stato ai cittadini. E’, infatti, necessario guardare a un complesso di attività in cui tanto le prestazioni sociali quanto quelle lavorative sono offerte da un mix di pubblico e di privato.
La formazione e l’occupazione diventano poli di un nuovo binomio, che mira a mettere il lavoratore in condizioni di svolgere un’attività per la quale si è formato e in cui prova soddisfazione morale e professionale. I servizi non sono più offerti in forma esclusiva dallo Stato, bensì anche da imprese profit e dai soggetti no profit. Lo Stato però mantiene la responsabilità di assicurare quelli che sono i cardini civili di ogni moderno stato: l’istruzione, la sanità, la previdenza e la mobilità. Occorre procedere nella direzione di un Welfare mix che modifichi i presupposti di potere, di dimensioni, di modalità operative della macchina statale. L’iniziativa pubblica deve essere surrogata quindi non solo da aziende no profit o più in generale di volontariato, ma anche da aziende profit, purché siano indicati e rispettati in modo trasparente e democratico gli obiettivi sociali. In una parola rendere in concrete politiche pubbliche l’approccio impostato dal Congresso del Pse di Oporto di una “Nuova Europa sociale”.
Gli italiani, soprattutto i giovani ma anche le famiglie e i lavoratori over 40, vivono con la costante paura di un improvviso impoverimento. Questo contesto socio economico contribuisce anch’esso ad impedire la crescita. Proprio per rilanciare la crescita, l’Italia necessita di strumenti di lotta alla povertà, come ad esempio quello del Reddito minimo di cittadinanza, schema oggi esistente seppur in forme diverse, in molti paesi dell’Unione Europea.
Un reddito sufficiente che funga da sussidio alla disoccupazione o da contrappeso all’intermittenza occupazionale. Non un’erogazione assistenziale che determina passività, dipendenza e deresponsabilizzazione nei beneficiari, bensì il tentativo di assicurare al giovane la possibilità di “liberalizzarsi” dalla famiglia, iniziando un percorso autonomo ed indipendente,e ai cittadini adulti un rimedio efficace contro la povertà.
Il Lavoro al centro della proposta socialista
La flessibilità non deve diventare precarietà: bisogna garantire ai lavoratori la continuità di retribuzione anche senza continuità di lavoro e lo Stato deve prendersi carico di riqualificare il lavoratore tramite corsi di formazione. La Flexsecurity rappresenta il modo migliore per coniugare la giusta flessibilità e la giusta sicurezza dei lavoratori.
Rispetto a questo ambizioso progetto riformista occorre chiarire il ruolo del sindacato. Questo appare sempre più una struttura burocratica che garantisce i garantiti, difendendo solo i pensionati e chi già lavora a totale discapito degli inoccupati. E’ inaccettabile che un’intera generazione, la prima dal dopoguerra, non si aspetti di migliorare il proprio standard di vita rispetto a quello della generazione precedente, sentendosi defraudata e penalizzata dai propri padri.
Il pacchetto Treu del 1997 contribuì a riattivare l’occupazione con risultati notevoli, contribuendo a creare oltre 1.500.000 di nuovi occupati. Eppure, una profonda critica occorre muoverla agli allora governi di centrosinistra: modernizzato e regolarizzato il nuovo mercato del lavoro, si sarebbe dovuto procedere alla stesura contemporanea di una nuova carta dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, così come invece venne fatto solo successivamente in un apposito ddl presentato in Parlamento. In una parola, si approvò una riforma monca.
L’introduzione della legge 30/03 aveva come obiettivo dichiarato la messa a punto di una flessibilità buona che contribuisse ad agevolare le imprese ed a legalizzare il lavoro nero. In sostanza si volevano aggredire le patologie del sistema: il tasso di occupazione più basso d’Europa, la seconda peggiore performance nell’occupazione dei lavoratori anziani, la più elevata incidenza europea del lavoro illegale, i più intensi squilibri territoriali del mercato del lavoro. La legge Biagi è partita dall’assunto che, per curare quei mali, fosse necessario massimizzare la flessibilità dell’offerta di lavoro, e lo ha fatto a partire dall’anello più debole della catena: non già la regolazione del rapporto di lavoro, bensì la diversificazione dei modelli o tipi contrattuali. In realtà, quanto previsto è accaduto solo in parte. In particolare la flessibilità c’è stata soltanto per alcune tipologia di lavori e non per altre.
Necessaria diventa, quindi, l’implementazione del così detto “Libro Bianco” del giuslavorista socialista Marco Biagi da cui si dovrebbe ripartire per un corretto funzionamento del mercato del lavoro italiano.
L’abolizione di privilegi e barriere utilizzate dagli ordini professionali e dalle altre corporazioni per ostacolare l’ingresso dei giovani al lavoro diventano a questo punto fondamentali.
Occorre scrivere lo Statuto dei lavori di cui si parla ormai da un decennio. Resta, per esempio, da allestire la rete di sicurezza sociale, resa più urgente proprio dal proliferare di rapporti di lavoro instabili e discontinui, guardando, modernamente, al problema della sotto-occupazione piuttosto che della disoccupazione. Questo vale per tutti i lavoratori, ma con particolare stringenza per quelli subordinati. Su 22 milioni circa di occupati in Italia, non sono più di 10 milioni quelli che godono delle garanzie previste dalla legislazione sul lavoro e dallo Statuto dei lavoratori. La nuova carta deve prevedere un sistema di tutele per tutte le forme di lavoro, modulandole sulle caratteristiche delle singole fattispecie e sullo specifico bisogno di protezione.
Le nuove alienazioni, insieme al nuovo sfruttamento fisico e intellettuale che attraversa la società flessibile, chiama in causa i riformisti: non si può essere capaci solo di salvaguardare le vecchie garanzie, ma bisogna essere anche in grado di affermare nuovi diritti e nuove garanzie. Proprio sul terreno dei diritti si può fare della questione giovanile un tema fondamentale nella formazione della nuova società italiana nel suo complesso.
Uno sviluppo eco-sostenibile
“Lo sviluppo eco-sostenibile è lo sviluppo che soddisfa i bisogni della presente generazione senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri .”
Lo “sviluppo eco-sostenibile” prevede una democraticità nella gestione ambientale che deve essere raggiunta tramite una concreta partecipazione pubblica nell’ amministrazione del territorio: un modello di gestione con al centro un monitoraggio ambientale in grado di prevedere ed eliminare le situazioni potenzialmente pericolose per la comunità locale.
Sul piano energetico: creare dei Piani Regolatori “bio-climatici”, per il supporto e la promozione dei criteri dell’architettura bioclimatica, indirizzata verso una maggiore ecosostenibilità del costruito; rivedere la legislazione attuale, in modo da incentivare i limiti al consumo energetico per le singole abitazioni; investire fortemente sulle fonti alternative ed ecocompatibili di produzione energetica, sia a livello di impiantistica, sia incentivando ricerche sul solare termico per la produzione di energia elettrica e sulla produzione nucleare di energia senza scorie rinnovando, ad esempio, il rapporto con Rubbia; investire nella ricerca per l’individuazione di nuove fonti sfruttabili di energia. Modificare la legge Legge 239/2004 (c.d. legge Marzano) denominata legge “sbocca centrali”, che favorisce la realizzazione di centrali a combustibili fossili, a discapito di quelle da energie rinnovabili, demandando allo Stato la quasi esclusività della decisione di costruzioni di centrali, definendole “opere di utilità pubblica”. Avviare un nuovo concetto di produzione dell’energia, definito da Rifkin come “la rete dell’energia”, cioè creare tanti piccoli punti di produzione creando una rete a cui tutti possano avere accesso, concretizzando quella che è “la democrazia nella produzione energetica”.
Sul piano dello smaltimento dei rifiuti: realizzazione una seria politica di riduzione, riuso e riciclaggio dei rifiuti che porti ad una raccolta differenziata veramente efficace, da farsi anche a domicilio e che conduca ad una graduale diminuzione della produzione di rifiuti solidi urbani. Realizzazione di un sistema di produzione e distribuzione più efficiente, legiferando normative che inducano le aziende ad utilizzare imballaggi ridotti, dando inizio ad un meccanismo di take-back che prevede la restituzione dell’involucro che contiene il prodotto che si acquista. Sviluppo tecnologico nella trattazione dei rifiuti con un’impiantistica strategica, autosufficiente territorialmente in grado di selezionare e differenziare veramente i rifiuti. Smaltimento a freddo dei rifiuti tramite gli impianti di Trattamento Meccanico Biologico (che in Italia non esistono) che riesce a recuperare il 91% dei RSU. Un uso razionale e moderno dei termovalorizzatori.
Una scuola pubblica, laica e multiculturale
Nella società contemporanea, l’istruzione e la formazione sono ancora più che in passato i primi ed essenziali diritti di cittadinanza. Da queste dipende non soltanto la possibilità di inserirsi con adeguate opportunità nel mercato del lavoro, ma la possibilità stessa di comunicare con il mondo circostante, di capirne i mutamenti, di dominare il significato dei messaggi e delle informazioni. Istruzione e formazione sono quindi i due assi portanti della nostra idea di sviluppo e d’innovazione. Il capitale della nostra era è la conoscenza.
A fronte di queste considerazioni emergono i dati secondo cui un italiano su quattro ha lasciato la scuola in possesso della sola licenza elementare mentre neanche la metà, il 42% degli italiani compresi tra i 25 e i 64 anni ha conseguito un diploma.
Un dato di molto inferiore alla media dei Paesi dell’Unione europea, ove nella stessa fascia d’età risulta diplomato il 59%. Di contro, negli ultimi anni anche in Europa la spesa pubblica non è cresciuta di pari passo con l’innalzamento del PIL ed anzi si è addirittura ridotta nel corso dell’ultimo decennio, con l’eccezione di pochissimi paesi tra cui la Gran Bretagna. L’indicazione comune di UE e OCSE di portare i finanziamenti all’istruzione alla quota del 6% del PIL sino ad ora è stata disattesa sia dai governi di centrosinistra (4,8%), sia e soprattutto dal governo di centrodestra che si è attestato su un misero 4,4% del PIL. Nel corso degli l’ultimo decennio si è indebolita la scuola pubblica, per la responsabilità dei governi di centrodestra e di centrosinistra, fino al punto di renderla povera di mezzi e capacità professionali al pari degli istituti privati. Contemporaneamente si è avviato un processo progressivo di finanziamento più o meno palese alle scuole private. I socialisti si sono battuti e continueranno a battersi per la difesa della scuola pubblica, laica e multiculturale e contro ogni forma di finanziamento alla scuola privata, così come dettato dall’art. 33 della Costituzione. Ed ancora continueranno a battersi contro le forme surrogate di sovvenzione agli istituti privati attraverso l’introduzione ad esempio dei “buoni scuola”.
La nostra idea di educazione quindi è fondata su una scuola laica e pluralista, per tutti e per ciascuno, autonoma e che appartiene a se stessa, alla sua comunità, al Paese. La scuola di cui sono soggetti protagonisti gli studenti, i docenti, le famiglie, i dirigenti, il personale non docente. Una scuola che vive della libertà di insegnamento dei docenti, del diritto ad apprendere degli studenti, della libera e responsabile partecipazione dei genitori, del costante rispetto per il rigore della scienza, per la complessità della storia, per la ricchezza di valori e di stimoli presenti nel patrimonio artistico e espressivo dell’Italia e dell’Europa.
Università
Il numero degli studenti universitari è più che raddoppiato negli ultimi trenta anni: oggi un giovane su quattro frequenta l’università. A questo però non si è accompagnata una significativa riduzione del livello di disuguaglianza nella possibilità di studiare con relativa serenità e profitto. Il titolo di studio conseguito continua a dipendere in modo inequivocabile dal livello culturale e socioeconomico della famiglia d’origine. Il 59% degli studenti universitari è figlio di laureati, mentre solo il 12% proviene da famiglie dal basso profilo culturale.
A fronte di un aumento della popolazione studentesca, tra le più notevoli in Europa, la situazione italiana è caratterizzata da un numero di laureati estremamente basso, sia in termini assoluti sia in percentuale: il 60% degli immatricolati abbandona gli studi, il 25% già dal primo anno, e chi si laurea riesce a farlo in media solo dopo otto anni. L’Italia è il paese europeo con meno laureati
e con i laureati più vecchi. E’ il quadro dell’università “parcheggio” degli ultimi venti anni in cui una parte della nostra generazione continua a sostare, bloccata tra la voglia di sapere e l’impossibilità di lavorare, l’opacità del presente e l’incertezza del futuro, vittima dell’inadeguatezza di un sistema formativo ancora selettivo in termini di censo e spesso incapace di
sviluppare conoscenze rilevanti per i percorsi di vita professionali e individuali degli studenti.
La nostra idea di una nuova e più moderna università si regge su 3 pilastri fondamentali:
Diritto allo sudio, attraverso un sistema di borse di studio “modello Blair”; Holding pubblico-privato per garantire maggiore libertà alla ricerca scientifica e sostegno pubblico per la ricerca di base; abolizione del valore legale del titolo di studio.
Crediamo che garantire il Diritto allo Studio deve essere il primo degli obbiettivi di un’amministrazione che voglia rendere il sistema universitario più democratico e fruibile per tutti. L’università costa e costerà sempre di più specie per quegli studenti che seguendo i loro sogni e le loro ambizioni sono costretti a spostarsi dai luoghi d’origine.
Certo esistono le borse di studio ma molte volte le borse di studio risultano insufficienti e gli idonei assegnatari sono soltanto il 7% della totalità degli studenti e non tutti gli idonei poi ricevono la borse di studio. Si deve procedere ad una vera e propria rivoluzione del Diritto allo Studio, sul modello dei prestiti e crediti scolastici introdotti dal governo laburista in Gran Bretagna: un investimento sullo studente in termini economici che verrà compensatoratealmente dopo il conseguimento della laurea.
Per una vera, seria e decisa riforma strutturale dell’università si deve procedere all’ abolizione del valore legale del titolo di studio. Si deve incrementare la flessibilità dei percorsi formativi e le opportunità di fornire titoli di studio qualificati.
Attualmente i corsi di laurea e i diplomi sono in parallelo, ovvero uno studente deve scegliere a priori che tipo di percorso vuole seguire. Noi proponiamo una riforma che ponga i due titoli in serie, ossia dando l’opportunità a chi intraprende un corso di laurea, di poter scegliere percorsi alternativi in corso d’opera, vie d’uscita con le quali ottenere un diploma universitario qualificato e spendibile sul mercato del lavoro, senza doversi iscrivere ex novo.
La garanzia della libertà di accesso ai corsi di laurea e laurea specialistica passa per un rifiuto dell’aumento indiscriminato delle tasse e dell’eccessiva differenziazione di contribuzione tra corsi di laurea e lauree specialistiche. L’accesso ad entrambi i livelli deve essere libero nella forma e nella sostanza, con percorsi di orientamento che accompagnino i neodiplomati dalla scuola all’università senza operare selezioni, ma offrendo al contrario l’opportunità di colmare eventuali lacune formative, e la garanzia di poter accedere ai corsi di laurea specialistica previa la semplice
verifica della coerenza del percorso di studi tra i due livelli. Ogni tentativo di estendere il numero chiuso è un attentato alla libertà di scelta degli studenti, nonché al Diritto allo Studio sancito dalla nostra Costituzione.
Norme per il I° Congresso Nazionale del Partito Socialista
Il I° Congresso nazionale del Partito Socialista è convocato nei giorni 20-21-22 giugno 2008.
Gli adempimenti preliminari
Entro il 16 maggio 2008 la Commissione Nazionale Congressuale trasmette alle Commissioni Congressuali Regionali gli elenchi degli aventi diritto al voto e il documento congressuale nazionale o le mozioni congressuali.
Partecipano al Congresso,con diritto di voto, coloro che hanno sottoscritto l’iscrizione al Partito entro il 30 aprile 2008.
Le Commissioni Congressuali
Le operazioni congressuali sono coordinate dalla Commissione Nazionale Congressuale.
La Commissione nazionale congressuale nomina le commissioni congressuali regionali che a loro volta nominano le Commissioni provinciali .
Le Commissioni nominano al loro interno un Coordinatore. Questi convoca la Commissione anche se a chiederlo è un solo membro della stessa.
Le Commissioni decidono all’unanimità. In caso di dissenso decide la Commissione di livello superiore.
La Commissione verifica poteri
La Commissione verifica poteri è nominata all’inizio dei lavori delle Assemblee congressuali.
La Commissione verifica poteri controlla ed accredita gli aventi diritto al voto. Accerta, qualora lo ritenga opportuno, la loro identità ed esercita le funzioni di scrutinio nelle operazioni di voto.
Congressi sezionali, territoriali e provinciali
I Congressi sezionali e territoriali si terranno nel periodo compreso tra il 26 maggio ed il 1 giugno 2008.
I Congressi provinciali eleggono gli organismi dirigenti.
Le commissioni provinciali territoriali autorizzano lo svolgimento dei Congressi sezionali laddove vi siano almeno 50 iscritti.
Nel caso in cui si registri la presenza di sezioni con meno di 50 iscritti o nel caso in cui vi siano comuni o sezioni con iscritti ma privi di sezione territoriale, le Commissioni provinciali convocano Congressi territoriali accorpando più comuni in modo omogeneo.
Le Commissioni provinciali congressuali devono comunicare agli iscritti, con almeno 3 giorni d’anticipo, la data dei Congressi congressuali sezionali e territoriali.
I Congressi provinciali si terranno dal 2 all’8 giugno 2008.
I Congressi provinciali eleggeranno i delegati per i rispettivi Congressi regionali.
Le Commissioni congressuali provinciali devono informare gli iscritti della data e degli orari del dibattito congressuale e delle operazioni di voto.
Le Federazioni con un numero di iscritti inferiore a 500 possono svolgere un unico congresso di federazione
I congressi regionali
I congressi regionali si svolgeranno nei giorni 14 e 15 giugno 2008 ed eleggeranno i delegati al 1° Congresso nazionale come da allegata tabella.
I Congressi regionali eleggono gli organismi dirigenti.
Documenti locali
Nei congressi territoriali, provinciali e regionali possono essere presentati e messi in votazione documenti che non si riferiscano a temi di carattere nazionale e attengano alla politica locale. Sulla loro ammissibilità decide la Presidenza del Congresso. Tali documenti non determinano delegati al livello congressuale superiore.
Il voto congressuale
Il voto sulla mozione congressuale è palese.
L’iscritto esercita il diritto di voto nella struttura di partito del Comune di residenza.
Ad ogni livello le Commissioni congressuali possono autorizzare, in caso di un impedimento di un delegato a partecipare, l’attribuzione dei voti congressuali da lui rappresentati ad altro delegato che comunque non potrà rappresentare più di una delega oltre alla propria.
Nel caso di un solo documento nazionale ai livelli provinciale, regionale e nazionale si possono mettere in votazione uno o più candidati alla carica di Segretario.
La presentazione di ogni candidatura deve essere sottoscritta da un quinto dei delegati dell’istanza congressuale interessata e deve essere depositata alla Presidenza del Congresso all’ apertura dello stesso.
In presenza di più mozioni che abbiano ottenuto delegati le stesse possono presentare candidature alla carica di Segretario a tutti i livelli (provinciale, regionale e nazionale). Tali candidature vanno presentate alla Presidenza del Congresso al momento della sua apertura.
E’ eletto Segretario chi ottiene la maggioranza assoluta dei votanti alla prima votazione. Nel caso in cui nessun candidato abbia ottenuto il quorum richiesto si procede al ballottaggio tra i due candidati che abbiano ottenuto più voti nella prima votazione.
I Delegati
Il numero dei delegati al I° Congresso Nazionale è stabilito nel numero di 700 dei quali 175 delegati eletti in rappresentanza degli iscritti al partito e 525 delegati in rappresentanza dei voti ottenuti dal Partito Socialista alle elezioni per la camera dei deputati del 13 e 14 aprile 2008.
I congressi regionali dovranno eleggere i delegati nazionali in modo rappresentativo degli iscritti e dei voti elettorali di tutte le Federazioni provinciali.
Nell’elezione dei delegati, a tutti i livelli, nessuno dei due sessi può essere rappresentato in misura superiore ai 2/3.
Modalità di votazione.
Nel caso in cui il Congresso sezionale, territoriale, provinciale e regionale si svolga con un solo documento si procede con votazione a scrutinio segreto per l’elezione dei delegati. Unica deroga è prevista nel caso in cui il 90% degli aventi diritto al voto decida per il voto palese.
La votazione a scrutinio segreto per i delegati avviene a lista aperta ed esprimendo un numero di preferenze non superiore ai 2/3 dei candidati da eleggere.
Nel caso di presentazione di più mozioni congressuali, la votazione sui documenti è palese mentre quella sulle persone è segreta con la sola esclusione dei casi in cui il 90% degli aventi diritto al voto non decida di votare a scrutinio palese. Ogni mozione presenta una propria lista con un numero di eligendi pari al numero di coloro che devono essere eletti oppure con il meccanismo della lista aperta ed esprimendo un numero di preferenze non superiore ai 2/3 dei candidati da eleggere.
Per quanto riguarda l’elezione dei delegati la ripartizione avviene in parti uguali tra i candidati di ogni singola lista in misura proporzionale ai consensi ottenuti dalla lista stessa. Il rispetto della proporzionalità nei vari livelli congressuali è assicurato attraverso il recupero dei resti dalle Commissioni congressuali che procedono a designare i delegati aggiuntivi attraverso i rappresentanti delle mozioni.
Verbali congressuali.
I verbali Congressuali, sottoscritti dalle Presidenze e dagli scrutatori, devono essere trasmessi alle Commissioni Congressuali superiori entro il giorno successivo lo svolgimento delle Assemblee congressuali.
I verbali devono contenere il risultato dei lavori delle Assemblee congressuali, specificando il numero degli aventi diritto al voto, dei votanti, i nomi dei delegati eletti per ciascuna mozione, nonché eventuali eccezioni o contestazioni.
Incompatibilità
I Consiglieri e assessori regionali non possono ricoprire la carica di Segretario o Presidente regionale.
I Consiglieri e gli Assessori dei comuni capoluogo, i Consiglieri e gli Assessori provinciali, i Consiglieri e gli Assessori regionali non possono ricoprire la carica di Segretario o Presidente di federazione provinciale.
I Parlamentari non possono ricoprire l’incarico di Segretario o Presidente a livello di federazione provinciale e regionale.
N.B La tabella per i delegati per il Congresso Nazionale sarà allegata successivamente.
Non condivido la lettura di coloro che addossano tutte le colpe della disfatta dei socialisti ad Enrico Boselli: un’analisi troppo semplice e superficiale. Boselli ha portato avanti la linea dettata, in maniera unanime, dal ‘Comitato dei 18′: una sfida all’insegna della autonomia e della identità che la stragrande maggioranza degli iscritti ha condiviso e salutato con soddisfazione. Era, nelle condizioni date, l’unico modo per salvare la nostra dignità politica e personale, e per rimandare al mittente le offerte di chi ci invitava ad ammainare sommessamente le nostre bandiere.
Ma ora un periodo si è chiuso. E siamo qui a discutere se valga la pena o no continuare la nostra rotta sul vascello socialista oppure optare per navi più grandi, che di socialista finora hanno ben poco.
Io non ho dubbi: è necessario andare avanti!
La cosa positiva che ho riscontrato in questi giorni post-14 aprile, è che siamo rimasti coesi: non ci sono state sul territorio fughe o ammutinamenti ed i militanti del Partito sembrano intenzionati a lavorare sodo per il rilancio. Ho parlato personalmente con centinaia di socialisti di tutta Italia, che ci chiedono di non mollare. Nella nostra storia, in molte occasioni, abbiamo subito sonore sconfitte e sempre siamo riusciti a rialzarci, ritrovando le ragioni di un impegno politico da socialisti.
Io sono pronto a partecipare con entusiasmo alla nuova fase di durissimo lavoro che ci attende, ma mai come stavolta deve essere chiaro l’ammonimento di uno dei nostri padri, Pietro Nenni: “Rinnovarsi o perire”.
E non mi riferisco solo alla classe dirigente.
I numeri ci dicono che purtroppo siamo un Partito che non è riuscito a comunicare la propria proposta politica: il nostro messaggio è apparso stanco e poco convincente. E ciò è dipeso oggettivamente dalla difficoltà di essere ‘vaso di coccio tra vasi di ferro’, ma anche dalla scelta dei temi. Io credo che per il futuro dovremo rivedere profondamente la nostra agenda delle sfide e degli impegni e riannodare, in maniera più esplicita, i contatti con alcuni filoni del socialismo e del riformismo internazionale: in particolare con i compagni laburisti inglesi e con la piattaforma politica del New Labour, che si presenta oggi come l’avanguardia del socialismo internazionale.
Un socialismo che punti su concetti-chiave antichi che oggi però assumono nuovi risvolti e connotazioni. L’innovazione, il talento, il merito, le pari opportunità, la solidarietà, la giustizia, l’equità: sfide concrete, sulle quali costruire anche sull’esempio dei nostri compagni europei altrettante ricette e proposte politiche da presentare al Paese.
Siamo socialisti e tuttavia, come diceva una vecchia pubblicità, “non basta la parola”: dobbiamo declinare al futuro la parola socialismo, attraverso una profonda rivisitazione della strategia e dei contenuti. Ce la possiamo fare perché le nostre idee sono dotate di quel pragmatismo che permette loro di adattarsi ai tempi ed alle istanze che cambiano in maniera cosi rapida.
Ma bisogna fare in fretta. Abbiamo già iniziato una ricognizione completa sul territorio per verificare chi è disposto, gettando il cuore oltre l’ostacolo, a continuare il percorso: dovremo attivare le procedure per congressi locali che vedano le nostre porte spalancate e pronte ad accogliere tutti coloro che vorranno rimboccarsi le maniche per questa nuova scommessa. Abbiamo alle spalle uno tsunami, ma nel Congresso di giugno dovremo essere necessariamente capaci di uscire uniti, compatti e carichi di entusiasmo, consapevoli che, a destra come a sinistra, proveranno a metterci i bastoni tra le ruote.
Il più grande leader socialista del Novecento, Bettino Craxi, diceva: “Un vero rinnovamento significa, in ogni caso, idee nuove, linguaggi nuovi, metodi nuovi, uomini nuovi”.
Io sono sicuro che una svolta è possibile. Buon lavoro compagni! Avanti!
Il risultato elettorale segna una grave e severa sconfitta del Partito socialista. So bene che le vittorie hanno molti padri e molti madri, mentre le sconfitte sono solitamente figlie di nessuno. Questo, però, non è né il mio atteggiamento né il mio comportamento. Delle scelte che abbiamo fatto e delle conseguenze che ne derivano io mi assumo pienamente la responsabilità politica. Per questo motivo, non appena ho appreso l’esito del voto, mi sono dimesso dalla guida del Partito socialista, pur avendo svolto questo ruolo, non come segretario ma come candidato premier.
Continuo a pensare che i socialisti non potevano accettare il diktat di Veltroni salvando qualche posto di parlamentare in cambio di uno scioglimento del nostro partito. Se avessimo imboccato questa strada, avremmo rinunciato alla nostra dignità politica. I più di settantamila nostri iscritti avrebbero interpretato la nostra resa a Veltroni solo come una scelta opportunista. Nella mia esperienza politica ho avuto sempre come bussola quella di mantenere la nostra autonomia. Non piegarsi ai ricatti è la premessa basilare per essere una comunità libera. Questa sconfitta dei socialisti si colloca in una situazione nella quale si è determinato un vero e proprio terremoto politico.
Il dato saliente, sul quale si dovrà riflettere, è la vittoria travolgente di Berlusconi. Il centrodestra ha avuto un voto a valanga che ha dato a Berlusconi un’ampia maggioranza non solo alla Camera, come era prevedibile, ma anche al Senato nel quale la partita si presentava più difficile a causa della legge elettorale in vigore. L’affermazione della Lega, ma anche quella di Di Pietro, mettono in rilievo la politica dell’ondata populistica che ha marcato il voto del 13 aprile. Questa slavina è venuta addosso a tutta l’area del centro sinistra che si è così attestato ad un livello fra i più bassi da quando è entrato in crisi dopo l’‘89 il vecchio sistema politico. La frana più vistosa e consistente è stata subita dalla Sinistra Arcobaleno che ha perso più di otto punti in percentuale rispetto alla somma di voti di Rifondazione comunista, dei Comunisti Italiani, dei Verdi e di quelli – non calcolabili – della Sinistra democratica di Fabio Mussi. Di questa enorme perdita non si è avvantaggiato in misura significativa il Partito democratico. Il voto ci racconta un’Italia, dove i temi della sicurezza, dell’inefficienza della Pubblica Amministrazione e dei servizi sociali, dell’immigrazione e delle tasse sono stati avvertiti come fondamentali. Dobbiamo interrogarci sul perché siano stati Berlusconi e Bossi a interpretare e rappresentare meglio di tutti questo profondo e diffuso disagio sociale. Le famiglie che fanno fatica ad arrivare a fine mese con bilanci assai magri e la precarietà del lavoro giovanile e non avrebbero dovuto avere a riferimento la destra ma la sinistra. È pur vero che la storia del Novecento ci mostra esempi nei quali gravissime crisi economiche e finanziarie hanno avuto uno sbocco a destra e talvolta, autoritario e totalitario. Vi sono, però, altri esempi, come il New Deal roosveltiano nei quali si è aperta una stagione riformista. L’esito della crisi dipende in larga parte, dal comportamento degli attori politici che si fronteggiano.
Se la vittoria del centrodestra ha due nomi, Berlusconi e Bossi, la sconfitta ne ha uno solo: Veltroni. Il cedimento strutturale della sinistra italiana è stato ampiamente perseguito da Veltroni con il solo scopo di bilanciare la vittoria annunciata di Berlusconi con un successo, che non c’è stato, del Partito democratico. Si può affermare, e con più di un fondamento, che Veltroni ha asfaltato la strada del ritorno al potere del Cavaliere. È sua la responsabilità principale di avere messo fine alla maggioranza che sosteneva il Governo Prodi (Mastella sull’onda di un incidente giudiziario ha solo staccato la spina) e di aver aperto le porte alle elezioni anticipate. È sua la responsabilità di non avere neppure tentato di costruire una più ampia coalizione sulla base di un programma riformista e di avere mandato allo sbaraglio tutto il vecchio centro sinistra. È sua la responsabilità di aver non solo accettato ma sostenuto lo stesso modello culturale portato avanti da Berlusconi, cavalcando il populismo contro le istituzioni democratiche e puntando, come il Cavaliere, ad un presidenzialismo irresponsabile senza regole e senza partiti. Di fronte a queste scelte ci aspettiamo una riflessione critica dall’interno del Partito democratico, che vada oltre la solidarietà di facciata, che è stata data finora a Walter Veltroni.
Noi socialisti siamo stati investiti in pieno da questo terremoto che non ha risparmiato nessuno. Non sarà facile risalire la china, ma non è impossibile. In questa nostra campagna elettorale i nostri compagni e le nostre compagne si sono prodigati con generosità e con impegno. Esprimo a tutti un ringraziamento sincero. Le nostre elettrici e i nostri elettori hanno coinciso pressappoco con la nostra comunità politica. Questo è un tesoro di energie dal quale si può e si deve ripartire. È necessario non perdersi d’animo neppure in questa nuova circostanza politicamente drammatica. La nostra reazione deve essere forte ed immediata. Dobbiamo realizzare un profondo rinnovamento dei nostri gruppi dirigenti, realizzare una nostra forte unità, costruire una nuova strategia politica che si collochi in un più ampio processo di ripensamento critico della sinistra e dello stesso Partito democratico.
Per questi scopi vi propongo di convocare per il 7 giugno il Congresso Nazionale del nostro partito. Devono essere, infatti, le nostre iscritte e i nostri iscritti a scegliere un nuovo gruppo dirigente che riesca a portarci fuori da questo stato di gravi difficoltà nel quale non siamo più presenti in Parlamento e non potremo neppure avere – se i dati elettorali del Ps verranno confermati – il rimborso elettorale. Siamo stati, comunque, nel corso della nostra storia temprati dalle difficoltà. Chi pensa che il Ps si disperderà e con esso il patrimonio ideale, morale e politico del socialismo italiano si sbaglia e saremo noi con il nostro impegno a dimostrarlo.
Per quanto mi riguarda non devo che confermare quanto sinora ho detto: continuerò a dare il mio contributo al Partito socialista ma non più con un ruolo di guida politica. Mi auguro – ed anzi ne sono certo – che dal Congresso uscirà un nuovo gruppo dirigente all’altezza della situazione. Su una cosa non ho dubbi: il Partito socialista continuerà a vivere.
Boselli : il Congresso sceglierà il nuovo leader
Netta vittoria della Pdl alla Camera e al Senato, crolla la sinistra e per la prima volta nella storia della repubblica i socialisti non sono presenti in Parlamento. Questi i risultati del voto di domenica e lunedì, che a scrutinio non ancora ultimato, dà Il Pdl-Lega Nord e Mpa raggiungono insieme il 46,8% mentre il Pd-Idv e’ al 38,5%.Il Popolo della Libertà risulta raggiungere il 40,1% dei consensi con la Lega Nord al 5,6% mentre il Movimento per l’autonomia e’ all’1,1%. Per quanto riguarda il Pd raggiunge il 33,5% mentre il partito di Di Pietro si assesta al 5%. L’Unione di centro raggiunge il 5,9%, la Sinistra l’arcobaleno il 3,6% la Destra il 2,3%, il Partito socialista lo 0,’9%. Una responsabilità “gravissima” quella di Walter Veltroni che con la scelta di andare da solo ha aperto le porte di Palazzo Chigi a Silvio Berlusconi. E’ il commento a caldo di Enrico Boselli, che non nasconde il deludente risultato del suo partito, convocando d’urgenza un congresso. “Queste elezioni - commenta il leader socialista - rappresentano un fatto unico nella storia perché Veltroni ha spalancato le porte del Governo a Berlusconi, consentendogli di governare forse per i prossimi 10 anni”. Boselli spiega di considerare “gravissime le responsabilità di Veltroni, che ha parlato prima di pareggio, poi di rimonta, ha ripetuto per tutta la campagna elettorale ’si può fare’. Adesso vediamo come è andata a finire. All’interno di questa gravissima sconfitta della sinistra italiana - ammette Boselli - ai socialisti è toccata la propria razione: nel prossimo Parlamento senza di noi sarà difficile affrontare le battaglie di laicità”. Quanto al futuro del partito, il leader annuncia la convocazione di un congresso che dovrà riflettere e decidere le strategie future.
“E’ innegabile la netta vittoria del PDL. E’ altrettanto evidente il netto spostamento a destra dell’equilibrio politico del Paese che riflette mutamenti profondi in atto nella società italiana. Il negativo e inatteso risultato del Partito Socialista, si colloca, purtroppo, all’interno di una più generale disfatta della sinistra italiana”. Lo afferma Gavino Angius, commentando i risultati elettorali. “Ora occorrerà riflettere sulle ragioni che hanno portato ad avere un Parlamento nel quale, per la prima volta nella storia d’Italia, non sono presenti forze politiche dichiaratamente di sinistra. Questo evento segna una regressione democratica rispetto alla quale tutte le forze che si richiamano ai valori del socialismo democratico devono compiere una riflessione autentica, libera da vincoli di pregiudizio.
L’ Italia non può rimanere priva di una rappresentanza politica di sinistra che si ispira a quei principi e idee socialiste e democratiche di cambiamento e innovazione sociale, culturale e civile che costituiscono, per oggi e per domani, il principale fattore di modernizzazione della democrazia contemporanea. Purtroppo l’operazione politica voluta dal Pd è riuscita. E’ nato un bipartitismo falso, condizionato da una parte dalla Lega e dall’altro dall’Idv. Il Pd che segna un modestissimo incremento rispetto alle elezioni precedenti, ha cannibalizzato il centrosinistra, contribuendo così a consegnare l’Italia al Pdl. In questo - conclude - modo, si potrebbe dire: l’operazione è riuscita, ma il paziente è morto”
“My country right or wrong my country” . Cosi’ Valdo Spini commenta i primi risultati in un’intervista alla Bbc. All’intervistatore che gli chiedeva se si aspettasse questo risultato, Spini ha commentato: “Visto che le elezioni anticipate sono state originate dalla crisi della coalizione di centro sinistra voluta da Prodi, il risultato era in qualche modo atteso se mai l’interrogativo era se la strategia di Veltroni di correre da solo avrebbe o meno premiato”. E allora “la strategia di Veltroni e’ stata efficace nel prosciugare la sinistra, all’insegna dello slogan del voto utile, non altrettanto si e’ rivelata sul centro e sulla destra”. Per il socialista “forse una coalizione piu’ ampia avrebbe dato maggiormente l’impressione di voler correre per la vittoria invece che per darla in qualche modo per scontata al centro destra”. E sulla prospettiva di un governo di centro destra: “My country right or wrong my country” e comunque visti i problemi dell’economia “sono cosi’ forti e un referendum elettorale e’ alle porte e questo sarebbe auspicabile che portasse in ogni caso a un dialogo costruttivo tra maggioranza e opposizione”.
I primi exit poll sulle elezioni politiche dimostrano che “c’e’ la sconfitta di una parte della sinistra”. E’ il primo commento di Bobo Craxi, giunto per primo al quartiere generale dei socialisti, sui primi exit poll. Craxi non si sbilancia piu’ di tanto. “Il primo obiettivo -afferma- e’ stato raggiunto, ed e’ quello di avere una democrazia bipartitica”. Rimpianti? “Forse l’unico -afferma l’esponente del Ps- e’ di avere tenuto in via il governo Prodi. Per il resto nessun rimpianto”. La sconfitta di una parte della sinistra include anche il Ps? “Lo valuteremo a tempo dovuto -aggiunge ancora Craxi- Da parte nostra abbiamo sempre concorso per mantenere in via Ps”.
la libertà!
COMIZIO PUBBLICO
i candidati alla Camera dei Deputati e al Senato della Repubblica;
il prof. Nicola Colonna;
l’avv. Domenico Tanzarella, Sindaco di Ostuni.
“Oggi è accaduto un fatto grave. Veltroni è un bugiardo, mente perché nella trasmissione Porta a Porta ha fatto delle affermazioni che offendono la mia onorabilità e quella del partito che rappresento. Chiedo che intervengano anche Bertinotti e Casini per smentire”. Così Enrico Boselli, nel corso di una conferenza stampa convocata di gran carriera a Montecitorio, replica al leader del Pd Walter Veltroni che oggi nel corso della registrazione di Porta a Porta, parlando dei socialisti ha detto che, dopo il mancato accordo, il partito di Boselli ha “prima bussato alla porta di Casini, molto meno naturale che stare con noi, poi a quella di Bertinotti”.
“Chiedo - aggiunge - che ora la Rai mi dia la possibilità come è nel mio diritto di poter replicare. Chiedo anche a Veltroni di accettare un confronto pubblico con me in modo da chiarire quali sono le differenze tra noi e il Pd”.
“Bertinotti e Casini - prosegue il leader socialista - dicano la verità e cioé che io non ho bussato a nessuna porta. E’ grave che Veltroni faccia queste affermazioni a pochi giorni dal voto, certo che se uno dice bugie può venire il dubbio che dica bugie anche in altri campi”.
“Forse - sottolinea Boselli - Walter ha fatto un intervento calcolando che io ho esaurito i miei spazi e che non posso replicare. Oppure, come me ha visto i sondaggi che danno il nostro partito in rimonta spettacolare ed è preoccupato”.
Il leader socialista poi non risparmia critiche per i pochi spazi avuti in tv. “Tutti i direttori di testata dovrebbero rispettare la par condicio che invece è stata più volte violata. L’Agcom ha accolto due nostri ricorsi chiedendo a Raiuno e Raidue di riequilibrare gli spazi”
Boselli cita quindi le trasmissioni ‘Annozero’ e ‘In mezz’ora’: ”Non sono mai stato invitato da Santoro e nemmeno da Lucia Annunziata”.Boselli alla Rai: ho diritto di replica a questa falsità
“È mio diritto, e come tale deve essere da Voi garantito e tutelato, accordare gli spazi adeguati per fornire immediata e contestuale rettifica ad una falsità che la Vostra prima emittente Rai 1 trasmetterà questa sera” scrive Enrico Boselli in una lettere inviata a Viale Mazzini dopo che la Rai aveva annunciato che Boselli poteva replicare nello spazio assegnato, per par condicio, a tutti i candidati. “Vi confermo pertanto, la necessità e doverosità di permettere al sottoscritto di replicare a quanto dichiarato dal candidato premier del Pd nel corso della puntata di stasera di Porta a Porta”. Il leader socialista conclude avvertendo che in mancanza di una possibilità di replica che evidentemente non può essere quella di venerdì che riguarda uno spazio precedentemente assegnato in par condicio a tutti i candidati premier, “mi troverò costretto a ritenere la Azienda R.A.I. Radiotelevisione Italiana S.p.A ed i suoi dirigenti e vertici personalmente responsabili dell’increscios o accaduto”.
Apprezzamento per parole Bertinotti
“Apprezziamo le parole di Fausto Bertinotti che confermano quanto già detto da Enrico Boselli in merito alle false affermazioni di Veltroni circa il mancato accordo con il Pd”. E’ quanto afferma in una nota l’uffico stampa del Partito socialista. “Boselli non ha mai bussato alla porta di Bertinotti né tantomeno a quella di Casini. Quella del presidente della Camera, è la seconda smentita da quando è iniziata la campagna elettorale, ma evidentemente a Veltroni non era bastata”.
LA CAMPAGNA ELETTORALE E’ TRUCCATA!!!
Ambiente, Una nuova cultura e la sfida per un mondo a misura d’uomo
Boselli presenta il manifesto ecosocialista
“Una nuova cultura ambientalista e la sfida per un mondo a misura d’uomo passa attraverso il contrasto ai cambiamenti climatici: energia pulita, risparmio energetico ed efficienti sistemi di smaltimento dei rifiuti sono obiettivi da perseguire con determinazione. La tutela dell’ambiente costituisce l’aspetto fondamentale per uno sviluppo sostenibile. Noi socialisti ci impegniamo a favorire la nascita di un nuovo modello di sviluppo ecosostenibile basato su nuovi parametri che superino la concezione di crescita misurata esclusivamente sul prodotto interno lordo”, questa la premessa del Manifesto ecosocialista, presentato nel corso di una conferenza stampa dal candidato premier del Partito socialista, Enrico Boselli e da Franco Grillini, candidato sindaco per il Ps al comune di Roma.
Queste le proposte in dieci punti:
1 Clima - Proponiamo che il governo italiano sia all’avanguardia nel tentativo europeo di creare un accordo con Cina e India sull’impiego delle risorse e sulla trasposizione a livello planetario di modelli di sviluppo socialmente ed ecologicamente sostenibili, scongiurando la competizione mondiale sulle risorse finite del pianeta.
2 Energia - La prima fonte di energia è il risparmio. La politica energetica deve fondarsi su un’attenta gestione delle fonti, e del consumo. Per entrambi i versanti, occorre diffondere il solare fotovoltaico sul territorio, l’eolico, modelli di autoproduzione energetica (dai pannelli sul tetto al biogas nelle aziende agricole). IVA agevolata per acquisto materiali ecocompatibili. Obbligo di comuni ed enti locali di rendere pubblico il bilancio energetico delle strutture e classificazione dei più virtuosi.
3 Ricerca - dopo il referendum sul nucleare, ci si è adagiati sull’esistente, invece di spingere sulla ricerca. E’ un dato di fatto che le limitazioni attuali al solare e all’eolico, così come agli autoveicoli alimentati in maniera alternativa, sono dovute alle ridotte risorse nella loro promozione, e alla stasi nella ricerca, che deve ricevere ben maggiori fondi, e deve essere mirata agli obiettivi dello sviluppo sostenibile. Estensione della detrazione (55%) per studi di diagnosi energetiche.
4 Inquinamento - Puntare a una neutralità climatica. Occorre che ogni attività pubblica sia misurata dal punto di vista della “carbon footprint”, del dispendio di energia e della produzione di co2, con un albo delle aziende virtuose che includono nella loro attività meccanismi di protezione del clima.
5 Rifiuti - La gestione dell’immondizia richiede un’altissima responsabilizzazione delle comunità locali, che passa sia per la condivisione delle responsabilità generali (la reazione negativa alla dislocazione dei siti dei termovalorizzatori ha una parziale spiegazione nell’assenza di alcuna consultazione sulla dislocazione dei siti) sia nella promozione della raccolta differenziata in maniera da incentivare anche il riuso, abbandonando il sistema a “campane” per passare a quello “porta a porta”.
6 Urbanistica - Il paesaggio italiano, costituzionalmente tutelato, è stato in ampie zone semplicemente spazzato via. Proponiamo che si ritorni a discutere di una legge urbanistica nazionale. Partendo dalla riduzione degli oneri di urbanizzazione in proporzione alla riduzione dell’indice di prestazione energetica per la climatizzazione invernale. Vanno previste, inoltre, agevolazioni fiscali per edifici di nuova costruzione che vengono costruiti in classe energetica A (contributi, riduzione ICI.).
7) Trasporti - Riduzione del traffico automobilistico e del trasporto su gomma. Proponiamo una grande iniziativa per le metropolitane urbane e il trasporto pendolare, che miri a ridurre davvero i tempi medi di percorrenza dei lavoratori, liberando energie produttive.
Acqua - Le risorse idriche richiedono una nuova gestione integrata, fatta di nuovi modelli di consumo sostenibili e di conservazione delle scorte. Aiutare gli enti locali a intervenire sulla rete idrica troppo vecchia e che disperde acqua, prima ancora di costruire nuovi bacini. Incentivi per il recupero delle acque piovane per usi non potabili.
9) Coste - Le coste marine sono un elemento cruciale di qualità ambientale e urbanistica. Occorre fermarne l’erosione e invertire il meccanismo di sfruttamento che ha fatto sì che ampi tratti di costa siano stati distrutti. Piani per la depurazione dei fiumi e dei mari.
10) Riordino del territorio - Da Sarno in poi, non si è fatto molto per la “messa in sicurezza” del territorio. Ci vuole un modello “rooseveltiano”, interventi integrati tipo “Teennessee Valley”, ovvero protezione geologica, riforestazione in armonia con la biodiversità locale, messa in sicurezza e risanamento dei corsi d’acqua, loro rinaturalizzazione (smantellando i disastrosi argini in cemento anni 80). La prevenzione da frane e incendi dovrà consentire la riduzione degli interventi di protezione civile.
È partito da Porta Pia a Roma il truck-elettorale del Ps: una specie di mega-tir più lungo di 10 metri. A introdurlo come “arma di dissuasione politica” è il leader del Ps Enrico Boselli che lo presenta alla stampa proprio davanti a Porta Pia.
“Abbiamo deciso di partire da qui per il nostro tour elettorale - spiega Boselli - perché è qui che è nata l’Italia democratica, laica e riformista. E’ l’unico truck-elettorale in Italia. Da qui potremo fare anche i comizi…”.
La prima tappa per questo ‘gigante-della-strada’ sarà Firenze. Poi girerà l’Italia, ma Boselli non sarà a bordo. Lui raggiungerà il truck nelle varie città italiane per concludere poi la campagna, prima del 13-14 aprile, a Napoli.
All’interno del super-camion gli spazi, tutti grigi e neri sono piuttosto grandi e ospitano tre divanetti con tavolini circolari, due mega schermi, due apparecchi Tv ultra-piatti, più una serie di sedie sufficiente ad ospitare una conferenza stampa. Sulle fiancate la scritta bianca su sfondo rosso: “Soffia il vento socialista”.
Accompagna Boselli in questa presentazione Valdo Spini, candidato in Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige e Toscana, che afferma di avere un grande “sogno nel cassetto”: “Raggiungere il 4% alle elezioni per proporre poi al Pd e ad una parte della Sinistra arcobaleno, che guarda al Ps con simpatia, la creazione di un vero grande partito riformista’ ispirato al socialismo europeo, che potrebbe anche chiamarsi partito laburista, così come c’è in tutti i grandi Paesi europei a cominciare dalla Spagna di Zapatero”.
“Non ci basta avere ragione: vogliamo dimostrare che tutti gli altri hanno assolutamente torto”. Questa asserzione di William Hazlitt, scrittore e saggista britannico della fine del settecento, pare scritta oggi per cogliere il clima dell’attuale campagna elettorale.
Ormai non si cerca più fare propaganda politica prima delle elezioni per proporre un programma nutrito di temi da affrontare per migliorare la società oppure per soddisfare le necessità della gente, bensì ci si preoccupa solo di andare alla ricerca dello staff migliore per curare l’immagine dei candidati, di utilizzare in maniera esagerata mezzi di trasporto che stranamente in questi periodi funzionano in modo eccellente, di fare più presenze televisive possibili ma soprattutto infangare l’operato degli altri raccontando ciò che non si è fatto in passato.
Ma dove sono finiti i programmi politici, le ideologie di partito che tanto infiammavano le piazze e la passione e il rispetto per la cosa pubblica?
Siamo nell’era del “Veltrusconismo”, termine tanto in voga in questo periodo, che dimostra come ormai non c’è più distinzione tra destra e sinistra, anzi si cerca di incorporare più partiti solo per assicurarsi la “poltrona”, senza rispettare il simbolo e le ideologie dei partiti.
Purtroppo è quanto sta accadendo al Partito Socialista, partito di alte e antiche tradizioni, oggi schiacciato dall’elefantiaco Partito Democratico.
Il Partito socialista ha pagato un prezzo altissimo per restare fedele al proprio simbolo. Tuttavia il declino del partito non dipende solo dallo spazio che viene negato, ma a mio personale avviso, dalle lacerazioni interne. Uno dei punti di forza del socialismo, oltre a laicità riformismo e giustizia , è il rinnovamento. Ma proprio su quest’ultimo punto molti vecchi dirigenti socialisti fanno orecchio da mercante e “il largo ai giovani” è soltanto una vacua espressione priva di senso.
Si dice di voler dare più spazio ai giovani perchè rappresentino una ventata di aria fresca in grado di spazzare via il tanfo di naftalina presente da troppo tempo, ma a quanto pare la vecchia musica non cambia e i giovani volenterosi e capaci sono buoni sì e no per la manovalanza, quasi mai per incarichi di responsabilità.
E’ con amarezza che dico queste cose, ma ho l’impressione che verso i giovani non ci sia la dovuta attenzione e fiducia.
Tuttavia, noi giovani che crediamo nei valori del socialismo non ci scoraggiamo e andremo avanti sia pure per semplice testimonianza. Il “Sol dell’avvenire” non è al tramonto. È soltanto offuscato dalle nubi. In questa campagna elettorale dobbiamo far venir fuori tutto il nostro orgoglio e senza inseguire riunificazioni impossibili, dobbiamo puntare a un partito che, forte della sua tradizione, sappia reinventarsi e dare un contributo serio e appassionato alla società moderna.
SENATO PUGLIA
1 VITTORIO POTÌ
2 SIMONETTA LORUSSO
3 GIUSEPPE LONIGRO
4 LUCIO LICCHELLO
5 GIOVANNI MEMOLA
6 COSIMO DAMIANO CANNITO
7 FILIPPO DI LORENZO
8 LUIGI CALÒ
9 GAETANO ANTONELLI
10 ANNAMARIA BALDASSARRE
11 GIOVANNI CONTE
12 ROCCO DE ADESSIS
13 PIETRO DE ANGELIS
14 DONATO DE CAROLIS
15 ANTONIO LUIGI DE NICOLA
16 DOMENICO LATOSA
17 ROMUALDO CLAUDIO LEONE
18 TOMMASO LIOCE
19 FRANCESCO MUNDO
20 PAOLA SPOTI IN MOCELLIN
21 ROSA NICOLETTA TOMASONE
PUGLIA CAMERA
1 ROBERTO VILLETTI
2 LELLO DI GIOIA
3 ONOFRIO INTRONA
4 DONATO PELLEGRINO
5 GIUSEPPE ZURLO
6 LELLO BARBIERA
7 ROSSELLA FISCHIETTI
8 FRANCESCO PASTORE
9 GIANVITO MASTROLEO
10 LUIGI IORIO
11 MARIO ACCOTO
12 DONATO BACCARO
13 ANDREA BALDARI
14 ANGELO BENVENUTO
15 RAFFAELLA BIANCO
16 GIOVANNI CAMPANELLA
17 ANNIBALE CARELLI
18 MARIA CARUEZZO
19 CIRO CATANEO
20 CARMEN CENTRONE
21 ELISABETTA DE LORENZO
22 ASSUNTA DE MICHELE
23 ANTONIO FACCILONGO
24 VITTORIO FARELLA
25 RAFFAELE FINO
26 PIETRO FRANCO
27 ANDREA GRANDE
28 FEDERICO IUPPA
29 VINCENZO LO RE
30 NICOLA LUCARELLI
31 ERMANNO MACCHIA
32 FRANCESCO MAIORANO
33 VALTER MARANGIO
34 LEONARDO ANTONIO MARINO
35 ETTORE MASSARI
36 LUIGI MELISSANO
37 PIETRO MINCHILLO
38 GIOVANNI ORLANDINO
39 MARIO ORSINI
40 FRANCESCO PALLADINO
41 DANIELA SINDACO
42 FRANCESCO EDMONDO STOLFA
43 FRANCESCO TRISCIUZZI
44 MARIA ROSARIA MANIERI
Boselli: più facile per noi arrivare al 5% che per Veltroni andare al governo
Enrico Boselli, leader del Partito Socialista e candidato premier, non sembra mostrare paura rispetto alla gara in solitaria che sta correndo. Anche se si lamenta per il trattamento mediatico che ritiene non sia adeguato.
Boselli, la ascoltiamo. Però ammetterà che non si gioca proprio il primo posto.
I sondaggi li prendo con le pinze. Perché due anni fa sballarono completamente. Veltroni parla di rimonta travolgente, ma ha 8 punti di distacco. Se lui parla di vittoria, anche io posso parlare di travolgente risultato che ci aspetta.
Diciamo che in termini calcistici lei si gioca il posto Uefa con la Santanchè. Ha dati diversi?
Credo che ci sia un uso politico dei sondaggi. Quello che so per certo è che c’è una gran parte di elettori che ancora non ha scelto e che noi possiamo arrivare tranquillamente al 5-6%.
I sondaggi dicono che state intorno al 2%.
Non lo considero uno scenario realistico.
Suvvia Boselli, il 5-6% è tanto.
Allora mettiamola così: è più facile che io prenda il 5% piuttosto che Veltroni vada a palazzo Chigi.
In molti si aspettavano che sarebbe andato al loft per pregare Veltroni di avere 5-6 deputati. Sarebbe stato più comodo, no?
I retroscena che disegnavano questa mia salita in ginocchio erano tutti suggeriti da Goffredo Bettini. Io vado da solo perché, come ha detto Emma Bonino, non sono un accattone.
Veltroni le aveva fatto una proposta?
La stessa umiliante proposta che ha fatto ai Radicali. Ma noi abbiamo una storia e una forza politica che non vogliamo far scomparire.
Pensa che Veltroni pagherà un prezzo con il Partito Socialista Europeo per non aver fatto l’alleanza con voi?
Veltroni non fa parte del Pse.
Però Massimo D’Alema è vicepresidente dell’Internazionale Socialista.
E la sua unica attività di vicepresidente la svolge non facendo l’accordo con i socialisti italiani.
Ha proprio il dente avvelenato con Pd…
Se per questo ne ho ancora.
Dica.
Uno che preferisce l’Idv di Antonio Di Pietro ai socialisti vuol dire che ha scelto un suo marchio di denominazione controllata.
Alcuni sostengono che voi abbiate scelto di andare da soli perché è politicamente sconveniente, ma economicamente redditizio: stando sopra l’1% incasserete diversi milioni di euro di rimborso elettorale.
Questa campagna ci costerà circa 4-5 milioni di euro. 2,4 ci arrivano direttamente dai 74mila iscritti che hanno pagato 30 euro ciascuno. Se avessimo accettato lo scioglimento che ci proponeva Veltroni, avremmo evitato queste spese.
Tre punti del programma del Partito Socialista diversi dagli altri?
Scuola pubblica. Vogliamo realizzare l’agenda di Lisbona e arrivare al 3% del Pil nella scuola e nell’università. Non è un no alla scuola privata, ma che se la paghi chi la frequenta. Le tasse, invece, devono finanziare la scuola dello Stato.
Poi?
Laicità e diritti. Noi la pensiamo come Zapatero. Vogliamo introdurre il divorzio breve, difendere la 194, approvare la legge sulle unioni civili e, soprattutto, rendere chiara la distinzione tra chiesa e Stato.
Terzo?
Applicare il libro bianco di Marco Biagi sul lavoro flessibile. Noi pensiamo che si possa fare un lavoro flessibile senza dover essere precari. Vogliamo difendere i 3,5 milioni di giovani che oggi sono precari.
La laicità sembra uno dei temi su cui spingete di più.
E non da oggi. Vogliamo vivere in un Paese dove i diritti aumentano.
E Veltroni non li aumenterebbe?
Da sindaco di Roma ha impedito il registro delle unioni civili. I suoi colleghi di Berlino, Parigi e Londra si vergognerebbero di lui.
A proposito di Roma: Sinistra Arcobaleno e Pd sono divisi alle politiche, ma uniti alle amministrative, mentre voi a Roma in polemica con Rutelli avete candidato Franco Grillini.
Rutelli farà peggio di Veltroni. Sulla laicità Rutelli ha un curriculum che somiglia piuttosto ad un libro nero. Con Grillini candidato ci sarà una campagna elettorale vera.
Boselli, scommetto che ne ha pure per il Papa che non ha detto nulla sul Tibet…
Stavolta la deludo: anche perché non è mai troppo tardi.
Video di Boselli a “Otto e mezzo”
http://www.partitosocialista.it/
Tibet, Villetti: Olimpiadi e repressione sono inconciliabili
”Aderisco con profonda convinzione alla manifestazione “Siamo tutti tibetani”. Pur essendo in linea di principio contrario alle sanzioni nei confronti dei paesi totalitari, poiché sono fautore del ‘dolce commercio’ (attraverso gli scambi di merci passano le idee), non mi pare sostenibile che si possano svolgere serenamente gare sportive nel mentre continuasse, o peggio s’aggravasse, la sanguinosa repressione in Tibet. La comunità internazionale, l’Unione Europea e l’Italia non possono, quindi, escludere aprioristicamente l’eventualità di rimettere in discussione la propria partecipazione”. Lo scrive Roberto Villetti, capolista del Partito socialista in Puglia, in una lettera mandata al direttore de “Il Riformista” Antonio Polito e a Radio Radicale, aderendo alla manifestazione di solidarietà per il Tibet organizzata domani pomeriggio a Campo De’ Fiori, a Roma.
Le immagini parlano da sole…
I socialisti guardano lontano nel futuro. Se Turati nel 1929 sognava gli “Stati Uniti d’Europa”, oggi si possono sognare gli “Stati Uniti del mondo”. Sul piano politico fondamentale è il ruolo delle Nazioni Unite, per affermare una concezione multilaterale dei rapporti internazionali. L’Italia contribuisce ovunque alle missioni di pace sotto l’egida dell’Onu, dal Libano all’Afghanistan. Sul piano materiale, con l’impegno contro il sottosviluppo e la povertà, serbatoi inesauribili delle organizzazioni terroristiche di tutte le matrici. Su quello morale, con l’impegno per i diritti umani, che è la stella polare della nostra politica estera. L’Italia ha guidato con successo la campagna per la moratoria della pena di morte, finalmente raggiunta. Un mondo senza tortura, senza sentenze capitali, senza censura né oppressione, senza doppi standard sui diritti umani tra Paesi ricchi e poveri sarà più sicuro, più ricco, più tollerante, multi-culturale e multi-etnico.
La lotta al terrorismo internazionale deve essere affrontata su tutti i terreni. A livello politico con l’isolamento dalla comunità internazionale; a quello militare con una cooperazione degli Stati nell’ambito delle Nazioni Unite; a quello nazionale con un’efficace azione di polizia e di intelligence che non leda i diritti umani come avviene a Guantanamo.




